tag:blogger.com,1999:blog-71107608271501174442008-04-21T22:13:32.152+01:00TEOLOGIA: TRA STORIA E RICERCAPierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comBlogger13125tag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-36557568337252568832008-04-05T11:23:00.003+01:002008-04-05T11:27:56.313+01:00Aprile 2008 - Leggendo le Confessioni...Dopo un po' che non aggiorno questa pagina, è tempo di ritornare a parlare di sant'Agostino e della sua opera più conosciuta e letta: Le Confessioni. Mentre ne sto percorrendo le pagine con calma per approfondirne il senso, vorrei lasciarne una breve introduzione tratta dal volume di P. BROWN, <em>Agostino d'Ippona</em> (Einaudi, Torino 2005, p. 155), per invogliare qualcun altro a leggere questo testo esemplare di ricerca in sé stessi della propria ragione di essere e di vivere. Riferendo del motivo della composizione di quest'opera unica nel panorama della letteratura cristiana (almeno fino a quel tempo) scrive, infatti, Brown :<br /><br /><strong>«Pur se Agostino aveva molte buone ragioni per presentarsi ai suoi compagni cristiani proprio in questo preciso momento della sua carriera, soltanto un motivo interiore, molto profondo, avrebbe potuto indurlo a scrivere un'opera come le <em>Confessioni</em>: stava entrando nell'età di mezzo, età che è stata considerata adatta per la composizione di un'autobiografia. Intorno al 397, Agostino aveva raggiunto uno spartiacque nella sua vita. Fin dal 391 era stato costretto ad adattarsi a una nuova esistenza, nella sua qualità di sacerdote e di vescovo. Questo cambiamento lo aveva turbato profondamente. Lo aveva intanto condotto a un ansioso esame di se stesso: una lettera scritta ad Aurelio di Cartagine dopo la sua ordinazione sacerdotale già rivela un tono simile a quello delle <em>Confessioni</em> (cfr. <em>Ep</em>. 22, 9); ed ora che era diventato vescovo, volle immediatamente sfogarsi con Paolino da Nola, prima che la «catena» del suo ufficio lo «corrodesse» (<em>Ep</em>. 31, 4). Ad un livello più profondo, come abbiamo testé veduto, gli ideali sui quali egli aveva sperato di edificare la sua vita, erano stati accantonati: l'ottimismo iniziale della sua conversione era scomparso, lasciando Agostino nelle condizioni di un uomo «profondamente impaurito dal peso dei miei peccati» (cfr. <em>Conf</em>. 10, 43, 70). Il tipo di vita che Agostino si era imposto nel fiore della vita, non poteva accompagnarlo sin nella tarda età. Egli doveva basare il suo avvenire su una diversa prospettiva di se stesso: e come avrebbe potuto conseguirla, se non reinterpretando proprio quella parte del suo passato, che era culminata nella conversione, nella quale egli aveva riposto fino a tempi recenti speranze cosi elevate?</strong><br /><strong>Le <em>Confessioni</em>, perciò, non sono un libro di reminiscenze; sono un ansioso ripiegamento sul passato. La nota di urgenza è evidente: «Permettimi, ti scongiuro, concedimi di percorrere col ricordo presente le vie tortuose dei miei errori...» (cfr. <em>Conf</em>. 4, 1, 1).</strong><br /><strong>È anche un libro penoso. Vi si avverte costantemente l'attrito fra l'«allora» del giovanotto e l'«ora» del vescovo. Il passato può quasi raggiungerlo: le possenti e complesse emozioni d'allora si sono allontanate solo da poco; possiamo ancora intravederne i contorni attraverso lo strato sottile di nuovi sentimenti che le ha avviluppate.»</strong>Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-46852565542657035602008-01-26T21:34:00.000Z2008-01-26T21:59:34.570ZGennaio 2008 - Ad un mese dal NataleE' trascorso ormai un mese dal Natale e mille cose sono successe.<br />Vorrei soffermarmi oggi su un eposodio caratterizzato dalle polemiche, contrapposizioni e censureche si sono evidenziate in corrispondenza della mancata visita del Papa Benedetto XVI all'Università "La Sapienza" di Roma il 17 gennaio 2008.<br />Non voglio entrare nei fatti già a lungo analizzati e discussi dalla stampa, quanto piuttosto negli antefatti che li hanno generati.<br />In particolare, sul piano della riflessione, un testo dell'allora Card. Joseph Ratzinger (Parma, 15 marzo 1990) e' stato preso a pretesto ed interpretato come un giudizio negativo della Chiesa sulla scienza e sulla razionalità,in quanto una frase del filosofo P. Feyerabend è stata frettolosamente attribuita al pensiero del futuro papa.<br />In realtà, a mio giudizio, le cose stanno diversamente.<br /><br />Feyerabend infatti aveva affermato:<br /><strong>«La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione»</strong>.<br />P. Feyerabend, <em>Wider den Methodenzwang</em>. Skizze einer anarchistischen Erkenntnistheorie, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1983, p. 206.<br /><br />E il Card. Ratzinger aggiunse:<br /><strong>«Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica».</strong><br /><br />Questi i testi. La cronaca delle interpretazioni di certo è molto meno interessante.A mio avviso, però, un ulteriore riflessione sarebbe da considerare in questo contesto e da discutere dopo un'attenta riflessione. Si tratta di una lettera del signor Luigi Bitto di Bergamo, scritta al giornale <em>Il Foglio</em> e pubblicata il 17 gennaio 2008 a p.6:<br /><strong>«Il documento dei docenti di Fisica, che hanno interdetto al Papa l'intervento all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma per avere parlato male di Galileo, mi ha richiamato alla memoria uno scritto di Karl Raymund Popper del 1956, pubblicato dopo nella raccolta <em>Congetture e confutazioni</em> (Il Mulino, Bologna 1972, p. 170ss). In quello scritto il filosofo liberale parla, in un certo senso, male di Galileo nella maniera, come ne avrebbe parlato male il Papa. Popper, anzitutto, riconosce che lo scienziato fiorentino, sottoposto a processo dall'Inquisizione e costretto ad abiurare la propria dottrina, è riuscito storicamente vincitore e la stessa chiesa è diventata tollerante nei confronti della scienza. Popper, tuttavia, osserva che la chiesa da oltre cinquant'anni aveva utilizzato il sistema copernicano, che spiegava come mera apparenza, dovuta alla rotazione della terra il moto diurno del sole, nell'attuazione della riforma gregoriana del calendario. Tale adesione, tuttavia, riguardava il carattere strumentale della teoria, come strumento matematico più idoneo del sistema tolemaico per descrivere e prevedere i fenomeni celesti. L'inquisitore, Roberto Bellarmino, invitò Galileo a sostenere la propria opinione nei termini sopra descritti, come un'ipotesi scientifica, una congettura tra le altre cosmologie possibili; ma lo scienziato volle a un certo punto affermare che la sua non era una congettura, bensì la sola verità assoluta. Popper non riteneva di recare offesa alla memoria di Galilei, osservando che il suo interlocutore ecclesiastico, in termini epistemologici, era più avanzato di lui. Tatti i principali filosofi, che si sono successivamente occupati di teoria della conoscenza, basti citare Hume, Kant, Mach, Einstein e lo stesso Popper, hanno ridimensionato la velleità della scienza di far conoscere la verità assoluta, asserendo che la sua funzione consiste appunto nel formulare ipotesi o congetture idonee a spiegare il mondo fino a quando non incorrano in una confutazione. Per Einstein, inoltre, la teoria della relatività esclude che esista il moto assoluto, sicché in un sistema di due corpi in movimento reciproco questo può essere attribuito all'uno o all'altro, benché l'attribuzione a uno dì essi (la terra) possa essere strumentalmente più valida. Perché gli autori del documento di protesta contro la visita del Papa non leggono Popper?».</strong>Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-63509995090196871862008-01-14T20:25:00.000Z2008-01-14T20:38:51.789ZGennaio 2008 - Vivere nella veritàIl tema della verità ha sempre un posto rilevante nella ricerca di sé che l'uomo è chiamato costantemente a rinnovare ogni giorno della sua vita.<br />Non si tratta però di una ricerca astratta o fatta sulla base di concetti distanti dalla propria esistenza, ma di un lavoro di confronto con il proprio vivere e con il proprio operare. In questo modo la ricerca della verità diviene uno stare nella verità, un operare secondo verità, un essere veritieri nel proprio quotidiano.<br />Per questo vorrei riprendere un testo di sant'Agostino che mi ha molto sollecitato in questo senso.<br /><br /><strong>"Chiedo a tutti: «Preferite godere della verità o della menzogna?».</strong><br /><strong>Rispondono di preferire la verità, con la stessa risolutezza con cui affermano di voler essere felici. Già, la felicità della vita è il godimento della verità, cioè il godimento di te, che sei la verità (cfr. Gv 14,6) , o Dio, mia luce (cfr. Sal 26, 1), salvezza del mio volto, Dio mio (cfr. Sal 41,6). Questa felicità della vita vogliono tutti, questa vita che è l'unica felicità vogliono tutti, il godimento della verità vogliono tutti. Ho conosciuto molte persone desiderose di ingannare; nessuna di essere ingannata. Dove avevano avuto nozione della felicità, se non dove l'avevano anche avuta della verità? Amano la verità, poiché non vogliono essere ingannate; e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità, né l'amerebbero senza averne una certa nozione nella memoria.</strong><br /><strong>Perché dunque non ne traggono godimento? </strong><br /><strong>Perché non sono felici? </strong><br /><strong>Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo. C'è ancora un po' di luce fra gli uomini. Camminino, camminino dunque, per non essere sorpresi dalle tenebre (cfr. Gv 12,35)".</strong><br /><br />SANT'AGOSTINO, Confessioni 10, 23, 33Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-54111360219246828512008-01-06T11:34:00.000Z2008-01-06T11:37:33.374ZGennaio 2008 - Un giorno crediEbbene sì, 2008: bisogna ricominciare.<br />Ma con calma e di nuovo sulle note di una canzone che fotografa, con l'eleganza della musica che l'accompagna, il senso di questo ricominciare.<br />Poi.. dopo ci sarà lo spazio per nuove riflessioni non più serie di questa, ma solo diverse rispetto a questa serietà.<br /><br /><strong>“Un giorno credi di essere giusto</strong><br /><strong>e di essere un grande uomoin un altro ti svegli e devi</strong><br /><strong>cominciare da zero.</strong><br /><br /><strong>Situazioni che stancamentesi ripetono senza tempo</strong><br /><strong>una musica per pochi amici,</strong><br /><strong>come tre anni fa.</strong><br /><br /><strong>A questo punto non devi lasciare</strong><br /><strong>qui la lotta è più dura ma tu</strong><br /><strong>se le prendi di santa ragione</strong><br /><strong>insisti di più.</strong><br /><br /><strong>Sei testardo, questo è sicuro,</strong><br /><strong>quindi ti puoi salvare ancora</strong><br /><strong>metti tutta la forza che hai</strong><br /><strong>nei tuoi fragili nervi.</strong><br /><br /><strong>Quando ti alzi e ti senti distrutto</strong><br /><strong>fatti forza e va incontro al tuo giorno</strong><br /><strong>non tornare sui tuoi soliti passi</strong><br /><strong>basterebbe un istante.</strong><br /><br /><strong>Mentre tu sei l'assurdo in persona</strong><br /><strong>e ti vedi già vecchio e cadente</strong><br /><strong>raccontare a tutta la gente</strong><br /><strong>del tuo falso incidente.</strong><br /><br /><strong>Mentre tu sei l'assurdo in persona</strong><br /><strong>e ti vedi già vecchio e cadente</strong><br /><strong>raccontare a tutta la gente</strong><br /><strong>del tuo falso incidente”</strong><br /><br />Da "Non farti cadere le braccia " - E. Bennato (1973)Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-41100783777941373042007-12-31T09:21:00.000Z2007-12-31T09:44:48.724ZDicembre 2007 - Gennaio 2008 "Capodanno"E dopo Natale, Capodanno...<br />Un evento che in queste ore, al di là dell'agitazione della festa, è soprattutto luogo per pensare al tempo, come passato e come futuro e, quindi, alla storia. Per questo, anche se solo per qualche giorno, vorrei lasciare il testo di una canzone di F. Guccini che sempre mi ha fatto riflettere su questi temi e che se anche apparentemente triste e negativa, letta con l'ironia del suo autore aiuta a guardare avanti e a considerare che non siamo solo attimo che fugge ma storia: un presente che ha le radici nel passato e la speranza nel futuro.<br /><br /><strong>“E un altro giorno è andato, </strong><br /><strong>la sua musica ha finito, </strong><br /><strong>quanto tempo è ormai passato e passerà? </strong><br /><strong>Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri: </strong><br /><strong>l'oggi, dove è andato l'ieri, se ne andrà.</strong><br /><strong>Se guardi nelle tasche della sera </strong><br /><strong>ritrovi le ore che conosci già, </strong><br /><strong>ma il riso dei minuti </strong><br /><strong>cambia in pianto ormai </strong><br /><strong>e il tempo andato non ritroverai...</strong><br /><br /><strong>Giornate senza senso, come un mare senza vento, </strong><br /><strong>come perle di collane di tristezza...</strong><br /><strong>Le porte dell'estate dall'inverno son bagnate: </strong><br /><strong>fugge un cane come la tua giovinezza.</strong><br /><strong>Negli angoli di casa cerchi il mondo, </strong><br /><strong>nei libri e nei poeti cerchi te, </strong><br /><strong>ma il tuo poeta muore e l'alba non vedrà </strong><br /><strong>e dove corra il tempo chi lo sa?</strong><br /><br /><strong>Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili </strong><br /><strong>corron dietro a delle Silvie beffeggianti, </strong><br /><strong>si è spenta la fontana, si è ossidata la campana: </strong><br /><strong>perchè adesso ridi al gioco degli amanti?</strong><br /><strong>Sei pronto per gettarti sulle strade, </strong><br /><strong>l'inutile bagaglio hai dentro in te, </strong><br /><strong>ma temi il sole e l'acqua prima o poi cadrà </strong><br /><strong>e il tempo andato non ritornerà...</strong><br /><br /><strong>Professionisti acuti, fra i sorrisi ed i saluti, </strong><br /><strong>ironizzano i tuoi dubbi sulla vita, </strong><br /><strong>le madri dei tuoi amori sognan trepide dottori, </strong><br /><strong>ti rinfacciano una crisi non chiarita:</strong><br /><strong>la sfera di cristallo si è offuscata </strong><br /><strong>e l'aquilone tuo non vola più, </strong><br /><strong>nemmeno il dubbio resta nei pensieri tuoi </strong><br /><strong>e il tempo passa e fermalo se puoi...</strong><br /><br /><strong>Se i giorni ti han chiamato tu hai risposto da svogliato,</strong><br /><strong>il sorriso degli specchi è già finito, </strong><br /><strong>nei vicoli e sui muri quel buffone che tu eri </strong><br /><strong>è rimasto solo a pianger divertito.</strong><br /><strong>Nel seme al vento afferri la fortuna, </strong><br /><strong>al rosso saggio chiedi i tuoi perchè,</strong><br /><strong>vorresti alzarti in cielo a urlare chi sei tu, </strong><br /><strong>ma il tempo passa e non ritorna più...</strong><br /><br /><strong>E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito, </strong><br /><strong>quanto tempo è ormai passato e passerà! </strong><br /><strong>Tu canti nella strada frasi a cui nessuno bada, </strong><br /><strong>il domani come tutto se ne andrà:</strong><br /><strong>ti guardi nelle mani e stringi il vuoto, </strong><br /><strong>se guardi nelle tasche troverai </strong><br /><strong>gli spiccioli che ieri non avevi, </strong><br /><strong>ma il tempo andato non ritornerà, </strong><br /><strong>il tempo andato non ritornerà, </strong><br /><strong>il tempo andato non ritornerà...”.</strong><br /><br />Da "L'Isola non trovata" - F. Guccini (1971)Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-35830018455715209412007-12-24T10:54:00.000Z2007-12-24T11:02:05.021ZNatale 2007Anche quest'anno, di nuovo, è Natale. Ed è quindi giusto lasciare a tutti voi che visitate questo sito per i motivi più disparati un piccolo pensiero che è nel contempo augurio e desiderio di fermarsi un attimo per riflettere sul grande evento che in questi giorni ci avvolge con la grandezza e profondità del suo significato. Non siamo noi che andiamo incontro a qualcosa o Qualcuno, ma è Cristo che viene incontro a noi non solo duemila anni fa, ma nell'oggi della storia. Per questo vorrei lasciare la citazione del primo libro di Samuele che oggi, 24 dicembre, la liturgia ci propone come speranza di un Dio che non lascia costruire una casa ma questa casa la costruisce per noi:<br /><strong>“«Ora dunque riferirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti: Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d'Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra.Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore.Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno.Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno.Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso dal trono dinanzi a te.La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre»”</strong>.<br /><em>2 Sam</em> 7, 8-16 .<br /><br />Non ci resta dunque che continuare a pregare e sperare con le parole della Liturgia:<br /><strong>"Affrettati, non tardare, Signore Gesù: </strong><br /><strong>la tua venuta dia conforto e speranza </strong><br /><strong>a coloro che confidano nel tuo amore misericordioso".</strong>Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-6919753813880378632007-12-06T13:15:00.000Z2007-12-06T17:57:55.926Z"Solo la musica può rompere il silenzio... "Sto leggendo, in questi giorni, il bellissimo saggio di D. Baremboim "La musica sveglia il tempo", che, riflettendo sulla musica, ne evidenzia il ruolo formativo a quanti vi si accostano.Certamente di musica classica (o musica colta) tratta l'autore. Tuttavia la sua esposizione invoglia ad ascoltare con attenzione la musica, a fare in modo che ciascuno alleni il proprio orecchio a diventare "pensante". E stimola alla riflessione, anche attraverso la seguente citazione tratta dalla Politica di Aristotele, un testo che, sicuramente, fa pensare:<br /><br /><strong>“Quanto al darsi alla musica non si può spiegare solo con questa ragione [alleviare fatiche e sofferenze] ma anche perché, come pare, è utile al riposo. Nondimeno si potrebbe indagare se ciò non sia accidentale, mentre la natura della musica è più elevata di quanto non lasci supporre l'uso predetto. [...] In realtà nei ritmi e nei canti vi sono rappresentazioni, quanto mai vicine alla realtà, d'ira e mitezza, e anche di coraggio e di temperanza e di tutti i loro opposti e delle altre qualità morali (e questo è provato dall'esperienza, che quando liascoltiamo, data la loro natura, sentiamo una trasformazione nell'anima). [...] Da tali considerazioni è chiaro che la musica può esercitare un qualche influsso sul carattere dell'anima e se può far questo, è chiaro che bisogna accostarle i giovani ed educarli ad essa”.</strong><br /><br />ARISTOTELE, Politica, VIII, 5 (R. LAURENTI cur.), Laterza, Bari 2007, pp. 272 ss.Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-23761239322768483782007-09-04T08:05:00.000+01:002007-09-04T08:11:30.222+01:00Verità, destino ed essere dell'uomoIl richiamo all'inquietudine agostiniana del cuore dell'uomo proposta nel post precedente, rivela l'esigenza di trovare un luogo dove tale inquietudine, anche solo per un momento, possa essere appagata da una risposta che, seppure mai esaustiva come insegna l'Ipponate, consenta al soggetto di trovare la via della propria identità.<br />In merito a ciò, credo che lo slogan del Meeting di Rimini di quest'anno possa essere indubbiamente significativo in questa ricerca: "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti".<br />Verità, destino, essere stati fatti, sono i tre capisaldi di un incessante lavoro di riflessione su sé stessi che può solo portare a trovare risposta all'interrogativo di fondo che anima l'esistenza di ogni uomo: chi sono io?.<br />A iniziare dalla questione della verità e dall'interrogativo (ironico, e per questo tragico) che da due millenni sollecita ogni lettore del Vangelo: "che cos'e' la verità?" (cfr. Gv 18,38).<br /><br /><strong>“Tutto ciò che muta, è ciò che non era: e vedo una certa vita in ciò che è, e morte in ciò che fu. Del resto, quando di uno che è morto si chiede: dov'è il tale? si risponde che "fu". O Verità, che sola veramente sei! Poiché in tutte le nostre azioni e in tutti i nostri movimenti, e in ogni cambiamento delle creature si distinguono due tempi: il passato e il futuro. Cerco il presente, nulla sta fermo: ciò che ho detto già non è più; ciò che sto per dire non è ancora; ciò che ho fatto non è più; ciò che sto per fare non è ancora; la vita che ho vissuto non è più; quella che sto per vivere non è ancora. In ogni movimento delle cose trovo passato e futuro; nella verità che permane non trovo né passato né futuro ma soltanto il presente, un presente incorruttibile, quale non si trova in nessuna creatura. Esamina i cambiamenti delle cose, troverai "fu" e "sarà"; pensa a Dio e troverai che egli "è", e che in lui non può esserci né "fu" né "sarà". Se anche tu vuoi essere, trascendi il tempo Ma chi può trascendere il tempo con le sue forze? Ci elevi su in alto colui che ha detto al Padre: Voglio che dove sono io, siano anch'essi con me (Gv 17, 24)”.</strong><br /><br />SANT'AGOSTINO, Commento al Vangelo di Giovanni , XXXVIII, 10.Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-65789109716637426782007-06-28T08:35:00.000+01:002007-06-28T08:37:22.013+01:00Inquietum est cor nostrum...La discussione intorno all’uomo, alla sua identità e alla sua progettualità in termini non solo fattuali – concreti ma, in senso più ampio, esistenziali, costituisce in questo tempo un vero e proprio quesito che investe le più diverse discipline del sapere antropologico.<br />Tuttavia la soluzione sembra essere sempre più distante man mano si prosegue sulla strada della chiarificazione del problema. Infatti, mentre il dibattito prosegue, le domande essenziali (chi sono? da dove vengo? dove vado?) anziché trovare una risposta o un abbozzo di risposta, sono per lo più eluse o confinate nello spazio dei quesiti insolubili e forse privi di senso.<br />L’uomo concreto, però, continua a vivere, continua ad interrogarsi e soprattutto, al di là di facili schematismi, continua a percepire l’esigenza di autenticità che lo porta anche a “soffrire” per comprendersi.<br />È all’interno di questo quadro che torna con prepotenza l’immagine agostiniana del cor inquietum (cf. Conf. I, 1, 1) che non può essere facilmente messa a tacere ma che, anzi, può essere ancora di salvezza nello smarrimento che sperimentiamo.<br />Proprio per questo vorrei suggerire una pagina delle Confessioni del grande Dottore della Carità che può essere di stimolo prima di tutto per sé stessi, per ripensare questi problemi e avviare una riflessione che, finalmente, non eviti l’incontro con la Verità anche se scomoda.<br /><br /><strong>“Dio delle virtù, rivolgi noi a te, mostra a noi il tuo viso, e saremo salvi. L'animo dell'uomo si volge or qua or là, ma dovunque fuori di te è affisso al dolore, anche se si affissa sulle bellezze esterne a te e a sé. Eppure non esisterebbero cose belle, se non derivassero da te. Nascono e svaniscono: nascendo cominciano, per così dire, a esistere, crescono per maturare, e appena maturate invecchiano fino a morire. Non tutte invecchiano, ma tutte muoiono. Nel nascere, dunque, e nel tendere all'esistenza, quanto più rapida è la loro crescita verso l'essere, tanto più frettolosa la loro corsa verso il non essere. Questa è la loro limitazione, non più di questo hai concesso loro, perché sono parte di altre entità che non esistono tutte simultaneamente, ma tutte formano con la loro scomparsa e comparsa l'universo, di cui sono parti. Così, ecco, anche i nostri discorsi si sviluppano fino alla loro conclusione attraverso una successione di suoni, e non si avrebbe un discorso completo, se ogni parola non sparisse per lasciare il posto a un'altra dopo aver espresso la sua parte di suono. Ti lodi per quelle cose la mia anima, Dio creatore di tutto, ma senza lasciarsi in esse invischiare dall'amore, attraverso i sensi del corpo. Esse vanno ove andavano per cessare di esistere, e straziano l'anima con passioni pestilenziali, perché il suo desiderio è di esistere e di riposare fra le cose che ama. Ma lì non può trovare un punto fermo, perché le cose non sono stabili. Fuggono, e chi potrebbe raggiungerle con i sensi della carne, o afferrarle, anche quando sono vicine? I sensi della carne sono lenti, appunto perché sono della carne, e questa è la loro limitazione. Bastano ad altri scopi, per cui sono fatti, ma non bastano allo scopo di trattenere le cose che corrono dal debito inizio al debito fine. Nella tua parola, con cui sono create, si sentono dire: «Di qui e fin qui»”.</strong><br /><br />SANT’AGOSTINO, Confessioni, IV, 10, 15Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-32644253484641649862007-06-04T14:48:00.000+01:002007-06-04T15:23:43.137+01:00Una nuova percezione del dolore...Riflettere sul dolore e sulla sofferenza porta inequivocabilmente a domandarsi il perché della sua esistenza. Talvolta la domanda rimane però apparentemente senza risposta. Anzi, sembra che la risposta sia un non senso, o addirittura una contraddizione.<br />Il dramma della sofferenza, tuttavia, può anche diventare luogo di una rivelazione imprevista e improvvisa per l’uomo.L’interrogativo, infatti, quando è vero e tocca la radice dell’esistenza può aprire la via ad un pensiero “paradossale”, dove colui che è nel dolore scopre una dimensione nuova sia di sé stesso sia di Colui nel quale ripone la sua fiducia.<br />Da qui il pensiero di G. Bernanos, capace di immaginare persino la domanda di perdono di Dio rivolta all’uomo. Un pensiero sul quale dovremmo sempre cercare di riflettere.<br /><br /><strong>"Allora una mamma,vicina al suo bambino morto,</strong><br /><strong>offre a Dio il gemitodella sua rassegnata sofferenza,</strong><br /><strong>e la Voce che ha gettato il sole nello spazio</strong><br /><strong>come una mano sparge il grano,</strong><br /><strong>la Voce che fa tremare i mondi,</strong><br /><strong>le mormora dolcemente:</strong><br /><strong>«Perdonami, un giorno saprai,capirai e mi ringrazierai:</strong><br /><strong>ora aspetto da te il perdono,</strong><br /><strong>perdonami»".</strong><br /><br />G. BERNANOS, <em>Un uomo solo</em>, V. VOLPINI (cur.), La Locusta, Vicenza 1972, p. 173 ripreso da A. CENCINI, <em>Il figlio perduto e ritrovato</em>. Dal lutto nuovi genitori, Paoline, Milano 2003, p. 79.Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-52315986437879803042007-05-19T19:54:00.000+01:002007-05-22T18:37:30.917+01:00Fine o inizio di un cammino?L’altroieri si è concluso il seminario che ho tenuto all’ “Ecclesia Mater” su Globalizzazione e trasmissione della fede.<br />Alla fine il discorso è caduto sul tema “Ultimo Dio – ultimo uomo” così come suggeriva il testo di G. Lorizio che nel seminario ci ha guidato (cf. G. LORIZIO, <em>Globalizzazione e tradizione</em>, in <em>Teologia fondamentale</em>, 3: <em>Contesti</em>, G. LORIZIO (cur.), Città Nuova, Roma 2005, pp. 268 - 273). In particolare, riflettendo sul tema de “L’ultimo Dio” mi sono parse di un certo significato (in negativo) le conclusioni del libro di Umberto Eco, Il nome della Rosa. In esse, infatti, al di là del valore letterario del testo, sembra non ci sia più spazio per un ultimo Dio.<br />Tuttavia, proprio perché questa finale sembra scritta apposta non per l’epoca del libro (il medioevo) ma per il presente, la lascio alla riflessione dei miei lettori. Augurando loro di non cadere nell’equivoco voluto dall’autore ma di andare al di là di esso prendendo il testo come provocazione al positivo.<br /><br /><strong>“Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.<br />Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.<br /><em>Est ubi gloria nunc Babylonia</em>? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di <em>Macabré</em>‚ mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.<br />Non mi rimane che tacere. <em>O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo!</em> Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. </strong><br /><strong><em>Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier...</em> Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né‚ l'uguale né‚ il disuguale, né‚ altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né‚ immagine.<br />Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: <em>stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus</em>.”</strong><br /><br />U. ECO, <em>Il nome della Rosa</em>, Bompiani, Milano 1984.Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-76306536951846850032007-05-12T07:00:00.000+01:002007-05-19T20:07:48.476+01:00Spunti per una riflessione... M. Pera (ex Presidente del Senato)Dopo Dostoevskij e il suo credo, vorrei proporre alla riflessione di quanti leggono questa pagina, un tratto di una intervista a Marcello Pera ex Presidente del Senato della Repubblica nella scorsa legislatura.<br />Essa ha tutto quanto è necessario per non essere politically correct, ed è per questo che mi piace e la propongo: è un brano di una intervista rilasciata a Radio Maria il 21 dicembre 2006; è stata pubblicata dal trimestrale "Cultura e libri" del luglio/dicembre 2006; è stata rilasciata da un personaggio politico scomodo e spesso dileggiato (lo dice lui stesso) per le sue idee definite, da chi e' politically correct, un "teocon", e a volte anche ben altro. Per questo alla fine, grazie a queste categorie probabilmente non fa riflettere, viene già catalogata, precompresa e in questo modo... addio ermeneutica e addio riflessione.<br />Ma, anche pensando al seminario su globalizzazione e tradizione che sto conducendo all'Università, questo basta per non avere un po' di tempo per leggerla? Per non dare spazio a una voce diversa rispetto al modo comune di pensare (o di non pensare) e di seguire lo sciame?<br /><br />“<strong>Io credo che la mia biografia intellettuale in quanto tale non interessi a molti, ma è forse esemplare o paradigmatica di altri casi e situazioni.<br />Noi - e parlo per noi laici, per coloro che non hanno il dono della fede ma l'apertura e il rispetto per l'esperienza della fede - siamo cresciuti nel dopoguerra dando per acquisiti, per scontati, tutta una lunga serie di princìpi e di valori, senza riflettere soprattutto che anch'essi potevano essere a rischio. Pensavamo fossero valori e princìpi universali di cui noi godevamo ma di cui potevano godere tutti quanti. In questa nostra vita intellettuale c'è stato uno spartiacque rappresentato in primo luogo dalla accelerazione dell'illuminismo, del laicismo e del relativismo europeo. Il mio esercizio filosofico precedente alla mia vita politica era dedicato proprio alla battaglia contro il relativismo. Questo è stato il primo fattore, il fattore A: ci siamo resi conto che il laicismo minava quello che noi davamo per acquisito e che ciò che il laicismo faceva passare come il massimo di libertà individuale - il matrimonio omosessuale, le coppie di fatto, l'aborto, l'eutanasia e così via - in realtà andava contro i princìpi e i valori in cui eravamo cresciuti o che, si può dire, avevamo bevuto con il latte materno.<br />Il fattore B è rappresentato da una tragedia storica contingente ma drammatica: l'11 settembre. Quel giorno ci siamo accorti - anche se non erano mancati episodi e indizi precedenti che c'era una parte di mondo, terrorista, fondamentalista, che metteva in discussione anzi negava a noi la nostra identità. I comunicati dei terroristi post 11 settembre parlano di noi europei occidentali come di quelli che devono essere abbattuti perché "giudei e crociati", cioè perché ebrei e cristiani. Mettendo insieme l'uno e l'altro evento, ci siamo, per così dire, svegliati e abbiamo detto: com'è possibile che ciò che noi consideravamo per garantito, per condiviso, per indiscutibile, o, per usare un'espressione di Benedetto XVI, per "non negoziabile", oggi sia messo in discussione dall'interno dal laicismo e dall'esterno dal fondamentalismo islamico? Ci siamo resi conto che dobbiamo difenderci e non solo: dobbiamo anche riaffermare la nostra cultura, la nostra tradizione, le nostre radici.<br />Questo credo che sia il percorso, non tanto mio personale quanto diffuso, emblematico, per il quale molte minoranze creative laiche hanno aperto gli occhi.</strong>”<br /><br />A. Di Giglio, <em>A colloquio con Marcello Pera</em>. Trascrizione di una intervista andata in onda su Radio Maria il 21.12.2006, in <em>Cultura e Libri. Trimestrale di studi umanistici e sociali e di orientamento bibliografico</em> 156 - 157 (2006), 34 - 35.Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-7110760827150117444.post-52223432633440656582007-05-01T07:00:00.000+01:002007-05-13T06:13:12.458+01:00Spunti per una riflessione... F. Dostoevskij<p>Vorrei con il mese di maggio iniziare le riflessioni della home page del sito con F. Dostoevskij e una sua famosa pagina tratta da una lettera da lui scritta a Natal'ja Vonvizina: </p><p>“<strong>Io vi dirò di me che sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e che (lo so) lo resterò fino alla tomba.<br />Quante terribili sofferenze mi è costata e mi costa ora questa sete di fede, la quale è tanto più forte nella mia anima, quanto più sono gli argomenti contrari.<br />Dio mi manda minuti nei quali sono del tutto tranquillo; in questi minuti amo e trovo amabili le altre persone e in questi stessi minuti ho messo insieme un simbolo di fede in cui tutto per me è chiaro e santo.<br />Questo simbolo di fede è molto semplice, eccolo:<br />credere che non c'è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più ragionevole, di più virile e di più completo di Cristo, non solo, ma con amore geloso, mi dico che non ci può essere nulla.<br />Non solo, ma se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e fosse effettivamente così, che la verità è fuori di Cristo, preferirei rimanere con Cristo, piuttosto che con la verità, e cioè starei con Cristo anche se avesse torto.</strong>”</p><p>F. Dostoevskij, <em>Lettera a Natal'ja Vonvizina,</em> in <em>Dostoevskij inedito</em>. Quaderni e taccuini 1860-1881, L. Dal Santo (cur.), Vallecchi, Firenze 1980, 568.</p>Pierluigihttp://www.blogger.com/profile/06479345057194479217noreply@blogger.com