Dopo un po' che non aggiorno questa pagina, è tempo di ritornare a parlare di sant'Agostino e della sua opera più conosciuta e letta: Le Confessioni. Mentre ne sto percorrendo le pagine con calma per approfondirne il senso, vorrei lasciarne una breve introduzione tratta dal volume di P. BROWN, Agostino d'Ippona (Einaudi, Torino 2005, p. 155), per invogliare qualcun altro a leggere questo testo esemplare di ricerca in sé stessi della propria ragione di essere e di vivere. Riferendo del motivo della composizione di quest'opera unica nel panorama della letteratura cristiana (almeno fino a quel tempo) scrive, infatti, Brown :
«Pur se Agostino aveva molte buone ragioni per presentarsi ai suoi compagni cristiani proprio in questo preciso momento della sua carriera, soltanto un motivo interiore, molto profondo, avrebbe potuto indurlo a scrivere un'opera come le Confessioni: stava entrando nell'età di mezzo, età che è stata considerata adatta per la composizione di un'autobiografia. Intorno al 397, Agostino aveva raggiunto uno spartiacque nella sua vita. Fin dal 391 era stato costretto ad adattarsi a una nuova esistenza, nella sua qualità di sacerdote e di vescovo. Questo cambiamento lo aveva turbato profondamente. Lo aveva intanto condotto a un ansioso esame di se stesso: una lettera scritta ad Aurelio di Cartagine dopo la sua ordinazione sacerdotale già rivela un tono simile a quello delle Confessioni (cfr. Ep. 22, 9); ed ora che era diventato vescovo, volle immediatamente sfogarsi con Paolino da Nola, prima che la «catena» del suo ufficio lo «corrodesse» (Ep. 31, 4). Ad un livello più profondo, come abbiamo testé veduto, gli ideali sui quali egli aveva sperato di edificare la sua vita, erano stati accantonati: l'ottimismo iniziale della sua conversione era scomparso, lasciando Agostino nelle condizioni di un uomo «profondamente impaurito dal peso dei miei peccati» (cfr. Conf. 10, 43, 70). Il tipo di vita che Agostino si era imposto nel fiore della vita, non poteva accompagnarlo sin nella tarda età. Egli doveva basare il suo avvenire su una diversa prospettiva di se stesso: e come avrebbe potuto conseguirla, se non reinterpretando proprio quella parte del suo passato, che era culminata nella conversione, nella quale egli aveva riposto fino a tempi recenti speranze cosi elevate?
Le Confessioni, perciò, non sono un libro di reminiscenze; sono un ansioso ripiegamento sul passato. La nota di urgenza è evidente: «Permettimi, ti scongiuro, concedimi di percorrere col ricordo presente le vie tortuose dei miei errori...» (cfr. Conf. 4, 1, 1).
È anche un libro penoso. Vi si avverte costantemente l'attrito fra l'«allora» del giovanotto e l'«ora» del vescovo. Il passato può quasi raggiungerlo: le possenti e complesse emozioni d'allora si sono allontanate solo da poco; possiamo ancora intravederne i contorni attraverso lo strato sottile di nuovi sentimenti che le ha avviluppate.»
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