La discussione intorno all’uomo, alla sua identità e alla sua progettualità in termini non solo fattuali – concreti ma, in senso più ampio, esistenziali, costituisce in questo tempo un vero e proprio quesito che investe le più diverse discipline del sapere antropologico.
Tuttavia la soluzione sembra essere sempre più distante man mano si prosegue sulla strada della chiarificazione del problema. Infatti, mentre il dibattito prosegue, le domande essenziali (chi sono? da dove vengo? dove vado?) anziché trovare una risposta o un abbozzo di risposta, sono per lo più eluse o confinate nello spazio dei quesiti insolubili e forse privi di senso.
L’uomo concreto, però, continua a vivere, continua ad interrogarsi e soprattutto, al di là di facili schematismi, continua a percepire l’esigenza di autenticità che lo porta anche a “soffrire” per comprendersi.
È all’interno di questo quadro che torna con prepotenza l’immagine agostiniana del cor inquietum (cf. Conf. I, 1, 1) che non può essere facilmente messa a tacere ma che, anzi, può essere ancora di salvezza nello smarrimento che sperimentiamo.
Proprio per questo vorrei suggerire una pagina delle Confessioni del grande Dottore della Carità che può essere di stimolo prima di tutto per sé stessi, per ripensare questi problemi e avviare una riflessione che, finalmente, non eviti l’incontro con la Verità anche se scomoda.
“Dio delle virtù, rivolgi noi a te, mostra a noi il tuo viso, e saremo salvi. L'animo dell'uomo si volge or qua or là, ma dovunque fuori di te è affisso al dolore, anche se si affissa sulle bellezze esterne a te e a sé. Eppure non esisterebbero cose belle, se non derivassero da te. Nascono e svaniscono: nascendo cominciano, per così dire, a esistere, crescono per maturare, e appena maturate invecchiano fino a morire. Non tutte invecchiano, ma tutte muoiono. Nel nascere, dunque, e nel tendere all'esistenza, quanto più rapida è la loro crescita verso l'essere, tanto più frettolosa la loro corsa verso il non essere. Questa è la loro limitazione, non più di questo hai concesso loro, perché sono parte di altre entità che non esistono tutte simultaneamente, ma tutte formano con la loro scomparsa e comparsa l'universo, di cui sono parti. Così, ecco, anche i nostri discorsi si sviluppano fino alla loro conclusione attraverso una successione di suoni, e non si avrebbe un discorso completo, se ogni parola non sparisse per lasciare il posto a un'altra dopo aver espresso la sua parte di suono. Ti lodi per quelle cose la mia anima, Dio creatore di tutto, ma senza lasciarsi in esse invischiare dall'amore, attraverso i sensi del corpo. Esse vanno ove andavano per cessare di esistere, e straziano l'anima con passioni pestilenziali, perché il suo desiderio è di esistere e di riposare fra le cose che ama. Ma lì non può trovare un punto fermo, perché le cose non sono stabili. Fuggono, e chi potrebbe raggiungerle con i sensi della carne, o afferrarle, anche quando sono vicine? I sensi della carne sono lenti, appunto perché sono della carne, e questa è la loro limitazione. Bastano ad altri scopi, per cui sono fatti, ma non bastano allo scopo di trattenere le cose che corrono dal debito inizio al debito fine. Nella tua parola, con cui sono create, si sentono dire: «Di qui e fin qui»”.
SANT’AGOSTINO, Confessioni, IV, 10, 15
giovedì 28 giugno 2007
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
0 commenti:
Posta un commento