sabato 19 maggio 2007

Fine o inizio di un cammino?

L’altroieri si è concluso il seminario che ho tenuto all’ “Ecclesia Mater” su Globalizzazione e trasmissione della fede.
Alla fine il discorso è caduto sul tema “Ultimo Dio – ultimo uomo” così come suggeriva il testo di G. Lorizio che nel seminario ci ha guidato (cf. G. LORIZIO, Globalizzazione e tradizione, in Teologia fondamentale, 3: Contesti, G. LORIZIO (cur.), Città Nuova, Roma 2005, pp. 268 - 273). In particolare, riflettendo sul tema de “L’ultimo Dio” mi sono parse di un certo significato (in negativo) le conclusioni del libro di Umberto Eco, Il nome della Rosa. In esse, infatti, al di là del valore letterario del testo, sembra non ci sia più spazio per un ultimo Dio.
Tuttavia, proprio perché questa finale sembra scritta apposta non per l’epoca del libro (il medioevo) ma per il presente, la lascio alla riflessione dei miei lettori. Augurando loro di non cadere nell’equivoco voluto dall’autore ma di andare al di là di esso prendendo il testo come provocazione al positivo.

“Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré‚ mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà.

Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né‚ l'uguale né‚ il disuguale, né‚ altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né‚ immagine.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.”


U. ECO, Il nome della Rosa, Bompiani, Milano 1984.

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