Dopo Dostoevskij e il suo credo, vorrei proporre alla riflessione di quanti leggono questa pagina, un tratto di una intervista a Marcello Pera ex Presidente del Senato della Repubblica nella scorsa legislatura.
Essa ha tutto quanto è necessario per non essere politically correct, ed è per questo che mi piace e la propongo: è un brano di una intervista rilasciata a Radio Maria il 21 dicembre 2006; è stata pubblicata dal trimestrale "Cultura e libri" del luglio/dicembre 2006; è stata rilasciata da un personaggio politico scomodo e spesso dileggiato (lo dice lui stesso) per le sue idee definite, da chi e' politically correct, un "teocon", e a volte anche ben altro. Per questo alla fine, grazie a queste categorie probabilmente non fa riflettere, viene già catalogata, precompresa e in questo modo... addio ermeneutica e addio riflessione.
Ma, anche pensando al seminario su globalizzazione e tradizione che sto conducendo all'Università, questo basta per non avere un po' di tempo per leggerla? Per non dare spazio a una voce diversa rispetto al modo comune di pensare (o di non pensare) e di seguire lo sciame?
“Io credo che la mia biografia intellettuale in quanto tale non interessi a molti, ma è forse esemplare o paradigmatica di altri casi e situazioni.
Noi - e parlo per noi laici, per coloro che non hanno il dono della fede ma l'apertura e il rispetto per l'esperienza della fede - siamo cresciuti nel dopoguerra dando per acquisiti, per scontati, tutta una lunga serie di princìpi e di valori, senza riflettere soprattutto che anch'essi potevano essere a rischio. Pensavamo fossero valori e princìpi universali di cui noi godevamo ma di cui potevano godere tutti quanti. In questa nostra vita intellettuale c'è stato uno spartiacque rappresentato in primo luogo dalla accelerazione dell'illuminismo, del laicismo e del relativismo europeo. Il mio esercizio filosofico precedente alla mia vita politica era dedicato proprio alla battaglia contro il relativismo. Questo è stato il primo fattore, il fattore A: ci siamo resi conto che il laicismo minava quello che noi davamo per acquisito e che ciò che il laicismo faceva passare come il massimo di libertà individuale - il matrimonio omosessuale, le coppie di fatto, l'aborto, l'eutanasia e così via - in realtà andava contro i princìpi e i valori in cui eravamo cresciuti o che, si può dire, avevamo bevuto con il latte materno.
Il fattore B è rappresentato da una tragedia storica contingente ma drammatica: l'11 settembre. Quel giorno ci siamo accorti - anche se non erano mancati episodi e indizi precedenti che c'era una parte di mondo, terrorista, fondamentalista, che metteva in discussione anzi negava a noi la nostra identità. I comunicati dei terroristi post 11 settembre parlano di noi europei occidentali come di quelli che devono essere abbattuti perché "giudei e crociati", cioè perché ebrei e cristiani. Mettendo insieme l'uno e l'altro evento, ci siamo, per così dire, svegliati e abbiamo detto: com'è possibile che ciò che noi consideravamo per garantito, per condiviso, per indiscutibile, o, per usare un'espressione di Benedetto XVI, per "non negoziabile", oggi sia messo in discussione dall'interno dal laicismo e dall'esterno dal fondamentalismo islamico? Ci siamo resi conto che dobbiamo difenderci e non solo: dobbiamo anche riaffermare la nostra cultura, la nostra tradizione, le nostre radici.
Questo credo che sia il percorso, non tanto mio personale quanto diffuso, emblematico, per il quale molte minoranze creative laiche hanno aperto gli occhi.”
A. Di Giglio, A colloquio con Marcello Pera. Trascrizione di una intervista andata in onda su Radio Maria il 21.12.2006, in Cultura e Libri. Trimestrale di studi umanistici e sociali e di orientamento bibliografico 156 - 157 (2006), 34 - 35.
sabato 12 maggio 2007
Spunti per una riflessione... M. Pera (ex Presidente del Senato)
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